Un cartellone elettronico lungo una delle arterie più trafficate di Giza, in Egitto, ha trasmesso per diversi minuti filmati pornografici giovedì 29 ottobre. Il video è circolato sui social, il governo ha sospeso gli spot pubblicitari lungo la strada e ha aperto un'indagine. Ora un gruppo di hacker sostiene di aver compromesso non solo quel cartellone, ma sistemi di visualizzazione in più Paesi.

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Il cartellone è gestito da Arabian United, una società pubblicitaria egiziano-saudita. Il Ministero dell'Interno ha attribuito l'episodio alla violazione del sito di una società pubblicitaria internazionale non identificata, sostenendo che lo stesso filmato fosse apparso contemporaneamente su schermi in diversi Paesi. Il ministero non ha indicato né l'azienda, né i Paesi coinvolti, né eventuali sospetti, e non ha spiegato come una violazione web si sarebbe tradotta nel controllo dei display stradali.

È il gruppo che rivendica l'attacco a fornire il dettaglio tecnico, anche se in modo parziale. In un colloquio con The Cairo Report, un portavoce ha dichiarato che i membri hanno sfruttato una vulnerabilità nel software che trasmette i contenuti agli schermi LED, non un problema specifico del cartellone egiziano. «Dopo averla sfruttata, abbiamo ottenuto l'accesso ai sistemi di visualizzazione in più Paesi, non solo in Egitto, ma anche in Malesia, Brasile, Cina e altri», ha detto. Il gruppo, che opera tramite un canale Telegram chiamato Leakers$, afferma di aver individuato migliaia di sistemi esposti con una scansione automatica durata circa due ore. Alla domanda su come sia avvenuta esattamente l'intrusione, il portavoce ha descritto un difetto software senza fornire prove tecniche sufficienti a ricostruire il metodo.

La rivendicazione non ha scopo di estorsione, secondo il gruppo, che parla di voler mettere in luce falle di sicurezza. «Le aziende fanno pagare milioni per costruire infrastrutture in più Paesi e lasciano gli schermi LED e le reti di cartelloni aperti su internet senza alcuna protezione di base», si legge nella dichiarazione iniziale.

La questione più delicata riguarda chi gestisce il cartellone. Arabian United, secondo le fonti, è partecipata dalla UMS, la società dei media legata al Servizio generale di intelligence egiziano, fondata nel 2016 e che controlla oltre 40 aziende tra tv, quotidiani, media digitali e pubblicità. La società saudita Arabian Contracting Services, uno dei maggiori operatori pubblicitari all'aperto del regno, detiene il 49,99% di Arabian United ma ne esercita il controllo effettivo con il 57% dei seggi nel consiglio di amministrazione. Secondo il suo rapporto annuale, la controllata egiziana gestisce 1.926 cartelloni, di cui 239 digitali, tra Cairo, Giza, Alessandria e la costa nord.

Il Ministero ha parlato di un «fornitore di servizi internazionale» senza spiegarne il rapporto contrattuale con l'operatore egiziano, e il rapporto annuale indica che la società saudita supervisiona ogni fase della pubblicità, dall'installazione degli schermi alla visualizzazione dei contenuti dei clienti. Il collegamento con UMS non dimostra che i servizi di intelligence fossero responsabili della gestione dei sistemi compromessi, ma colloca l'episodio in una rete commerciale legata agli apparati di sicurezza che si è estesa in alcuni degli spazi pubblici più sorvegliati del Paese.

Arabian United ha riconosciuto l'accesso non autorizzato a uno dei suoi schermi pubblicitari e ha dichiarato di aver sospeso immediatamente i contenuti. L'indagine delle autorità egiziane è ancora aperta.