La stagione degli incendi del 2026 sta ridefinendo la geografia del rischio climatico in Europa. Sebbene l'estensione totale delle aree bruciate non abbia superato il record catastrofico del 2025, la novità risiede nella distribuzione geografica dei roghi: le fiamme stanno raggiungendo angoli del continente tradizionalmente considerati troppo umidi o freddi per tali eventi.
Mentre le regioni del Sud Europa, storicamente più vulnerabili a quanto già analizzato in precedenza riguardo ai megafire, hanno registrato una relativa calma, il pericolo si è spostato verso Nord e Ovest. Paesi come Regno Unito, Belgio, Paesi Bassi e Germania stanno affrontando incendi boschivi di intensità senza precedenti per le loro latitudini.
L'anomalia del Nord Europa
In Inghilterra e Galles, i servizi di emergenza hanno gestito 1132 incendi dall'inizio dell'anno, superando già il totale dell'intero 2025, che era stato comunque un anno record. I roghi hanno colpito abitazioni e infrastrutture stradali, arrivando a minacciare persino una centrale nucleare in un territorio dove la pioggia è solitamente la norma.
Secondo Francesca Di Giuseppe dell'European Centre for Medium-Range Weather Forecasts, l'elemento critico di questa stagione non è la superficie totale bruciata, ma la rapidità con cui si sono sviluppate le condizioni critiche e l'estensione geografica del pericolo.
Il meccanismo climatico
Il fenomeno è il risultato di una combinazione meteorologica letale. Un inverno insolitamente piovoso ha favorito una crescita abnorme di erbe, arbusti e sottobosco. A questo è seguito un passaggio abrupto a maggio, con ondate di calore consecutive e scarse precipitazioni che hanno trasformato la biomassa in combustibile altamente infiammabile.
Sulla scala dell'Unione Europea, i dati della Commissione indicano che sono bruciati quasi 650.000 ettari di terreno, frutto di oltre 1913 grandi incendi. Questo dato rappresenta quasi il doppio della media a lungo termine, confermando la tendenza al riscaldamento accelerato che ha già portato a blackout di massa in Francia e a criticità sistemiche per la rete elettrica europea.
Il contesto generale vede l'Europa come il continente che si scalda più rapidamente al mondo. I dati di Copernicus evidenziano come anche le regioni subartiche della Fennoscandia abbiano registrato ondate di calore record, con temperature superiori ai 30°C all'interno del Circolo Polare Artico, riducendo drasticamente la copertura nevosa e accelerando lo scioglimento dei ghiacciai, un processo che a sua volta amplifica le ondate di calore sul continente.

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